Zagarolo, 11 luglio 2016 – Incursioni letterarie

Lunedì 11 Luglio alle h 21,30 in piazzetta della Rosa l’associazione Volta la Carta presenta il primo appuntamento con “Le Incursioni Letterarie del Lunedì”, un ciclo di incontri letterari che intesseranno un simbolico viaggio letterario sul tema dell’ecomobilità.

Lunedì 11 h  21,30  – Piazzetta della Rosa

Andrea Satta presenterà le sue novelle sulla Bicicletta “officine MilleGiri” illustrate da Eleonora Antonioni

Tullio Berlenghi racconterà il suo viaggio tra il mito e l’avventura “Alle Colonne d’Ercole”

 INCURSIONI-LETTERARIE

Alle Colonne d’Ercole. In bicicletta attraverso luoghi e paesaggi oltreconfine

Angeli del suolo

Nel nostro Bollettino 14 del 16 Aprile, abbiamo informato del viaggio in bicicletta di Tullio Berlenghi alle “Colonne d’Ercole”. Tullio viaggiava anche a nome del Forum Salviamo il Paesaggio. Virtualmente lo abbiamo accompagnato e seguito la cronaca del suo viaggio attraverso le informazioni che pubblicava regolarmente nel suo sito web. Tullio, raggiunto il suo e nostro obiettivo, è rientrato in Italia. Gli abbiamo chiesto alcune righe per illustrarci il suo stato d’animo. Ha gentilmente accettato.

“Ecco, adesso sono davvero solo. Io, la mia bicicletta e la strada. 150 chilometri alle spalle e 2000 da percorrere”. Erano questi i miei pensieri quando – arrivato a Sanremo, ad un terzo della seconda tappa – avevo appena salutato il mio amico Nazzareno che mi aveva accompagnato in quel primo tratto della tappa e venivo colto da un’emozione fatta di euforia ed inquietudine all’idea che per le prossime tre settimane sarei stato completamente…

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Il ritorno di Ulisse

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Maurizio ha organizzato un’iniziativa per darmi l’opportunità di raccontare il mio viaggio alle Colonne d’Ercole. Ne è nata una piacevole e allegra serata, decisamente in linea con lo spirito della mia piccola avventura. Prima della narrazione vera e propria mi è sembrato giusto partire proprio dal prologo. Per chi non c’era, eccolo qui:

“Quanto tempo?”

“Un mese”

“Un mese? Un mese intero?”

“Sì, esatto, proprio un mese”

Esco dalla stanza un po’ spaesato. Mi ritrovo in tasca un bene preziosissimo, il tempo, il mio tempo. Me ne ritrovo decisamente tanto (“un mese”, continuo a ripetermi incredulo). Tipo come vincere alla lotteria. Esci dalla ricevitoria e ti ritrovi con un bel po’ di soldi, con la differenza che i soldi puoi anche non spenderli e metterli da parte, il tempo no. Puoi solo decidere “come” spenderlo. Ma, appunto, come? mica è facile. Potrei semplicemente non andare al lavoro e trascorrere un placido mese da pensionato. Il caffè al bar, il giornale, una passeggiata, quattro chiacchiere. Certo, potrei dedicarmi alle tante mansioni domestiche che mi vedono così tristemente inadeguato. Lampadine fulminate da mesi, quadri in attesa di essere appesi, guarnizioni dei rubinetti da sostituire. Ho un arretrato biblico di “cose da uomini” da fare. Mi sa che i miei convincimenti sulla parità di genere nascano biecamente proprio dalla mia inidoneità a svolgere il ruolo tradizionale di maschio: trapano, martello, birra, partite in tv. Senza divagare, ho la netta sensazione che quel mese potrei spenderlo meglio e così inizio a frugare alla sua ricerca. Devo aprire un bel po’ di cassetti, ma alla fine lo trovo, è lui, il mio “sogno nel cassetto” (che a chiamarlo, che so, il “sogno nel cassetto in alto a destra” ci si metterebbe meno a trovarlo, ma forse era meno poetico). Il sogno è quello di un viaggio, un viaggio vero in bici. Uno di quei viaggi che abbiano un senso non solo geografico, ma anche interiore. Un viaggio che abbia anche un significato e, se possibile, più di uno.

Intanto bisogna scegliere il dove, il traguardo, l’obiettivo. Non è stato difficile, ho scelto il limite. Ho scelto di arrivare là dove non si può andare oltre (nec plus ultra). Quel limite in un lontano passato era stato posto allo stretto di Gibilterra, dove la mitologia sembrava aver collocato le Colonne d’Ercole. Quel limite fisico sarà anche la metafora di un percorso che, se non avessi sufficiente senso del ridicolo, definirei spirituale; quando, in fondo, si tratterà di pensieri che confusamente si affacceranno ad un cervello in debito di ossigeno mentre attraverserò i territori di sei stati diversi. Sarà un viaggio solitario, ma non sarà un viaggio in solitudine. A parte un filo diretto con chi avrà voglia di rimanere in contatto con me, mi terranno compagnia le associazioni e le realtà di cui condivido spirito e finalità. Metterò il loro logo nella mia maglia e in un blog che ho creato per l’occasione e nel quale cercherò di parlare del loro impegno e delle loro battaglie…

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Ma dove vai, bellezza in bicicletta?

donnainbici“Ma guarda ‘sta deficiente!”. Roma, 7 giugno 2016, ore 18 e 50, via Cernaia, il traffico è reso più caotico del solito da una pioggia piuttosto intensa. In effetti l’avevo già notata, la “deficiente”: era appena ripartita dopo l’incrocio e la guardavo un po’ preoccupato perché i motorini la superavano a destra e a sinistra rischiando di farle perdere l’equilibrio. Arrivata in prossimità della fermata dell’autobus commette l’imperdonabile errore per il quale l’autista dell’autobus dove mi trovo io pensa bene di riempirla di insulti. L’autobus che ci precede è fermo e lei all’inizio si sposta a sinistra con l’intenzione di superarlo ma, nel momento in cui si rende conto che l’autobus sta ripartendo e non farebbe in tempo a sorpassarlo, decide di attendere per poi rimettersi a destra. L’energumeno che guida il mio autobus non gliela perdona e, insieme agli insulti, compie una manovra tanto pericolosa quanto inutile, infilandosi in velocità tra lei e il marciapiede in uno spazio di appena pochi centimetri più largo per poi frenare bruscamente alla fermata e aprire le porte.

Nei pochi chilometri di tragitto da largo Chigi a qui avevamo incontrato, nell’ordine, diverse automobili che percorrevano allegramente la corsia preferenziale, un’automobile privata che aveva pensato bene di parcheggiare (con le quattro frecce lampeggianti, però) alla fermata di via del Tritone per far scendere una signora esattamente di fronte al negozio scelto per lo shopping, un non meglio quantificato numero di automobili, furgoni, scooter parcheggiati in doppia e tripla fila su via Barberini, per oltrepassare i quali sono stati necessari dieci minuti di attesa, un autobus turistico fermo, sempre in doppia fila, in via Vittorio Emanuele Orlando per caricare un gruppo di visitatori della città eterna e relativi bagagli (e noi sempre lì in rassegnata attesa). Fino a quel momento il Charles Bronson dell’ATAC non aveva dato alcun segno di disappunto per il consistente numero di violazioni del codice della strada che, oggettivamente, avevano contribuito ad aumentare il tempo di percorrenza della vettura n. 7698 della linea 492. Solo alla vista della ciclista si è materializzata in lui l’incontenibile esigenza del rigoroso rispetto della sua personale interpretazione delle norme che regolano la circolazione stradale. Un’interpretazione in base alla quale, suppongo, che essere donna e alla guida di una bicicletta siano due colpe di estrema gravità. In effetti neanche io saprei dire cosa sia peggio.

Appendice finale, sulla via del ritorno

“This is the Atlantic Sea”. “Wonderful, can you stop here?”. “Ok”. “Just few minutes”. Mi levo rapidamente i vestiti, faccio una corsa lungo l’enorme  e vuota spiaggia (pare che prosegua per 40 chilometri, ma non ho controllato) e mi vado a tuffare in acqua. Sì, nell’Atlantico. Anche l’ultimo simbolo è archiviato. Torno tutto sorridente, col tassista che mi guarda divertito. “Can we go, now?” “Yes, let’s go”.

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Anche la via più breve per tornare dai confini del mondo non è esattamente “la via dell’orto”, soprattutto quando la bici da mezzo di trasporto diventa bagaglio. Riparto quindi da Gibilterra, attraverso il confine e vado alla stazione degli autobus de La Linea de Conception. Per fortuna non creano alcun tipo di problema per la bici (immagino cosa succederebbe se si provasse a caricarla su un autobus del COTRAL) e mi imbarco sulla linea per Siviglia. La mia fermata è Tarifa, che avrebbe più titolo per dare il nome allo stretto, visto che dista appena 14 km dalla costa africana (la distanza minore in tutto lo stretto). Tarifa è una graziosa cittadina spagnola, l’ultima di questo viaggio. A Tarifa mi fermo pochi minuti per fare uno spuntino e poi vado direttamente all’imbarco. Supero senza particolari problemi i controlli doganali e metto la bici sul traghetto (sono il primo a salire e il primo a scendere).

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Dopo tre quarti d’ora sbarco a Tangeri, popolosa città marocchina dove convivono povertà, degrado ma anche una grande voglia di rilancio economico. Il traffico è caotico e le regole stradali hanno la stessa consistenza di città come Roma e Napoli. Infatti ci metto veramente poco a riabituarmi all’idea che le strisce pedonali hanno solo una funzione estetica. Percorro i pochi chilometri che mi separano dall’albergo correndo molti più pericoli che nei 2mila e passa precedenti, ma arrivo sano e salvo. Mi permettono di portare la bici in camera, così la posso smontare e mettere nella sacca. Ho ancora un giorno di tempo prima del volo che mi riporterà a casa e decido di fare il turista tradizionale. Mi lascio sequestrare da un tassista e faccio un bel giro panoramico di Tangeri. Il tassista mi fa vedere l’impronta di Ercole di quando ha separato i due continenti (lo racconta con grande convinzione), la grotta di Ercole (era di casa da queste parti), la Medina (la città vecchia), il mercato e via discorrendo. Tutte cose molto interessanti, magari anche un po’ adattate e modellate a misura di turista. Non so perché, ma il mio pensiero torna al mio tuffo nell’Oceano, più – come dire – autentico. Ecco, quel tuffo voglio dedicarlo a tutti quelli che – in un modo o nell’altro – hanno reso diversamente solitaria la mia avventura. Dai miei sponsor etici, con i quali tornerò a condividere passioni, impegni e battaglie (oltre a quelli iniziali, ANPI Colleferro, FIAB, ASD, GNE, Bioecogeo, ENVI, FIMA, CO.MO.DO., viaggiatori.com, Libera Colleferro,  Federtrek, .ECO, Salviamo il Paesaggio, Socialmente Donna, Tetes de Bois, devo aggiungere Greenme, saltato all’inizio per un disguido di comunicazione), alle persone che mi sono state vicine, sia prima della partenza, sia durante il viaggio e mi hanno incitato e sostenuto.

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Il mio tuffo lo dedico a: Nazzareno, conosciuto alla fine della prima tappa, che mi ha ospitato e accompagnato per un pezzo della successiva per poi seguire ogni giorno i miei aggiornamenti; Anna, che ha seguito quotidianamente il mio blog; Alessandro, che mi è venuto a prendere all’alba alla stazione di Genova e mi ha scortato fino ad Imperia; Rosanna, solo per la pazienza di ritrovarsi uno “che una via di mezzo, no?” (cit.); Carla, che non ha perso una sola tappa; Maurizio, che mi ha definito “capu tosta”, per l’ostinazione che mi caratterizza, e che si è letteralmente appassionato al mio viaggio; Irene, che è stata la prima in fa_MG_7730miglia a dirmi che facevo bene; Emanuela, il cui campanello è stato utilissimo in molte situazioni; Miguel, che ha avuto la prova che non sono normale; Valerio, che non era tanto contento che me ne andassi per tutto questo tempo; Sauro, che da ciclista conosce bene il valore della fatica; Paola, che ha una vera e propria passione per la follia e fa di tutto per mettere insieme i matti; Settimio, fondamentale per la preparazione e messa a punto della bici; Eleonora, che ha (giustamente) ridimensionato la mia “impresa”; Luca, che continua a non spiegarsi come mi vengano in mente certe idee; Stefania, amica preziosa; Alessandra, che ha espresso un genuino entusiasmo; Letizia, che ha deciso di convertirsi alla bicicletta; Maria Antonietta, anche lei attentissima commentatrice di ogni tappa; Dario, che sarebbe venuto con me e mi avrebbe anche aspettato in cima alle salite; Dario, che non sarebbe mai venuto con me ma si è premurato per la mia sicurezza; Andrea, lui sì, sarebbe venuto e probabilmente saremmo ancora sui Pirenei in cerca del suo cellulare o del suo portafoglio; Irene, che non vede l’ora di fare una pazzia anche lei; Sabino, uno dei miei lettori e commentatori più affezionati e che si è meritato la foto della scimmia; Lorenzo, con cui ho condiviso pedalate bellissime e lo aspetto per ricominciare; Argia, che ha aderito subito con entusiasmo alla mia folle idea; Matteo, che mi ha accompagnato (e irriso) durante i miei allenamenti con la bici carica; Simona, anche lei impagabile nel dover gestire la mia ostinazione (in altri ambiti); Pierluigi, che può capire meglio di chiunque altro il valore di un tuffo; Giulia, che mi ha scritto un augurio bellissimo e pieno di complimenti (sospetto abbia sbagliato destinatario); Lisa, che mi ha fatto gli auguri il giorno prima dell’ascesa all’Envalira; Luigi, che ha colto con grande sensibilità un aspetto importante del mio viaggio; Stefania, che si divide tra mille impegni, ma è riuscita comunque _MG_7731a seguire il mio viaggio; Monica, che non si arrende all’idea che io sia proprio così; Silvia, suo il primo “in bocca al lupo” ufficiale; Roberto, che “il fil di ferro ti riporta a casa”; Patrizia, che oltre a rinunciare a me per un mese, mi ha anche prestato il Mac grazie al quale ho aggiornato quotidianamente il blog; Alessandra e Domenico, che credono sia giusto “aprire i cassetti”; Ruggero, che ha sempre da ridire su tutto, ma è sempre pronto a sostenerti; Fabio, dalla battuta sempre pronta; Esmeralda, stupita dal fatto che la sua amica abbia un padre così matto; Antonio, Pino e Riccardo, con cui ho fatto le prime escursioni in bici; Cristina che ha fatto la bellissima immagine della locandina; Leonardo, che c’è sempre e comunque; Ilario, a cui sono grato per avermi accompagnato alla stazione Ostiense, dov’è iniziata la mia mini odissea; Marco, che ha commentato tutto il commentabile; Anna, adorabile, che non vedo da anni, ma che le mie cazzate non _MG_7724se le perde; Emanuela, che ha scelto di prendere il ruolo di mamma/nonna e di chiedermi “ma mangi?”; Eleonora, che mi ha regalato un simbolo importante per un ciclista, la borraccia, che ho anche imparato ad usare nelle assolate lande spagnole; l’intero staff di GNE, che mi ha accompagnato dall’inizio alla fine; quelli che lavorano con me e che hanno comunque seguito a distanza il mio viaggio; quelli della Coast to Coast, tutti, con i quali riusciamo ogni anno a trascorrere una settimana incredibile; Massimo, che sono certo mi avrebbe fatto la foto del bagno nell’Oceano (di cui invece non c’è prova, salvo rintracciare il tassista marocchino); mia mamma, che mi avrebbe chiesto ogni giorno “ma mangi?”.

E, comunque, un consiglio: fatevelo un tuffo nell’Oceano. E’ una delle cose inutili che fanno stare bene.

Ventiduesima tappa: da Marbella a Gibilterra.

2230. Così, a spanna. Non ci ho perso troppo tempo. Avevo pensato di fare una cosa precisa, puntuale, certosina. Scarico tutti i dati dal navigatore, li metto in un foglio excel, poi calcolo tempo totale, distanza percorsa, dislivello superato… Mi sembrava una cosa molto figa. Poi, un po’ per pigrizia, un po’ perché ho pensato che in fondo non fosse questa grande trovata, ho lasciato perdere. Quello che ho concluso oggi non si misura con le unità del sistema internazionale. Del resto non è prevista l’unità di misura dei sogni. I sogni si fanno. Se ne fanno tanti. Ma bisognerebbe farne tantissimi, non bisogna mai smettere di sognare. E poi, con un po’ di follia e un po’ di fortuna, qualche sogno bisogna anche provare a realizzarlo. Ed è quello che faccio oggi, aggiungendo il tassello n. 22.

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Prima di caricare i bagagli sulla bici provo a dare una regolata al cambio. Smanetto tra viti e cavi con finta padronanza della situazione e alla fine la bici sembra funzionare abbastanza bene. Decido così di non aspettare l’apertura dei negozi (sempre con orari andalusi) alla ricerca di un meccanico e provo intanto a mettere alle mie spalle un po’ di chilometri. Riprendo immediatamente l’inseparabile 340 e proseguo in direzione ovest. Dopo pochi minuti saluto Marbella e con lei saluto anche l’ottimismo della mattina: il cambio ricomincia a fare le bizze. Per fortuna la strada non ha grossi cambiamenti di pendenza e, con qualche piccola sosta di messa a punto, riesco a trovare dei compromessi provvisori che mi permettono di andare avanti.

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Alla fine decido di smettere di preoccuparmi del cambio. In qualche modo – questa la recente consapevolezza – oggi a Gibilterra ci arrivo. Questa “decisione” mi permette di allentare un po’ la tensione e di assaporare meglio le ultime pedalate (comprese quelle che vanno a vuoto). Mi guardo intorno e osservo con più calma il panorama. La strada torna ancora una volta verso l’interno, in una zona che sembra un po’ più verde rispetto alle tappe precedenti. La giornata non è bellissima e c’è anche parecchio vento (che soffia di lato, per fortuna). Non faccio troppo caso ai centri abitati che attraverso – Estepona (molto curata) e Torre Guadiario – e mi concentro sull’obiettivo finale.

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Attraverso senza particolare attenzione, anche l’ultimo comune spagnolo prima del confine, La Linea de la Concepcion, che è costretta a subire un po’ di disagi, soprattutto di traffico, per essere l’unico accesso via terra a Gibilterra.

La bici mi consente di evitare la lunghissima fila di macchine alla frontiera e di superarla senza grossi problemi. Il doganiere britannico, vista la carta d’identità, ci ha tenuto a dirmi un paio di parole in italiano. Ecco, sono ufficialmente arrivato a destinazione. Gibilterra è molto caotica. Nonostante le sue piccole dimensioni (o forse proprio per quelle) c’è un sacco di traffico, da cui si salvano solo le vie del piccolo centro, rese rigorosamente pedonali (e inaccessibili anche alle bici).

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Gibilterra ti lascia una sensazione strana. Fa di tutto per dimostrarsi “british” – almeno con importanti segnali “esteriori” (a cominciare dalla tipiche cabine telefoniche, che nel Regno Unito non si trovano più) – ma è pur sempre, geograficamente e culturalmente, un pezzo di  penisola iberica. Tra l’altro mi è sembrata meno curata di molti paesini spagnoli. Per non parlare dei prezzi che, con la scusa della sterlina, sono sensibilmente più elevati rispetto a qualche chilometro di distanza. Tra l’altro i prezzi sono in sterline, ma la moneta corrente effettiva è l’euro. Quindi si paga in euro, con un cambio non particolarmente favorevole per chi compra. E questo rafforza le mie convinzioni sulla bontà della moneta unica. I problemi dell’Unione Europea sono altri e dubito si risolvano tornando alle monete nazionali.

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Arrivo in albergo, lascio i bagagli – ma la bici no, ed è la prima volta in tutto il viaggio che un albergo (o un bed and breakfast) non mi dà la possibilità di ricoverare la bici – mi faccio una doccia ed esco quasi immediatamente. Devo fare ancora due cose. La prima è una foto alle scimmie della Rocca di Gibilterra. La seconda è il simbolo che serve a suggellare la mia avventura. So bene che i simboli non hanno una vera utilità pratica e potrei risparmiarmi quest’ultima salita (anche se senza bagagli), però i simboli hanno una loro precisa importanza e non andrebbero trascurati. Come gli abbracci, inutili se vogliamo, ma  che servono a dare un segno del proprio affetto. Insomma io e la bici abbiamo un appuntamento col nostro simbolo: le Colonne d’Ercole, il confine, il limite, il nec plus ultra. Ora la tensione si scioglie definitivamente e lascia il posto ad una sfacciata emozione. Guardo l’orizzonte di fronte a me: è l’oceano Atlantico.

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Ventunesima tappa: da Malaga a Marbella

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“E’ suja la carreta con la freccia?”. Dopo qualche istante la ragazza mi guarda perplessa. Probabilmente non conosce Massimo Troisi, ma io sono abbastanza certo di aver assunto praticamente la medesima espressione che aveva lui quando Iris Peynado gli poneva la domanda in “Non ci resta che piangere”. In realtà la frase reale contiene bicicleta al posto di carreta e poi non so bene che altro. Il senso della domanda – tutt’altro che inquisitore, a differenza del film – è di semplice curiosità. Uscito dall’anno 1400 (quasi 1500) provo a raccontare nel mio rodato quanto personale esperanto qualcosa del mio viaggio. La ragazza traduce all’amica (che in tutta evidenza ignora le lingue) e insieme esprimono apprezzamento, formulano una specie di augurio e mi salutano sorridenti.

_MG_7581Sono alla penultima tappa e temo di avere lo stesso stato d’animo di chi sta indossando la maglia rosa il giorno prima dell’arrivo a Milano e, pur con la consapevolezza che “ormai è fatta”, si affida alla massima cautela. E’ domenica e il traffico è abbastanza tranquillo. Si incontrano tantissimi ciclisti. Qualcuno mi saluta, qualcun altro prova a fare qualche domanda, anche se magari andiamo in direzioni opposte.

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Attraverso Malaga di buon mattino (almeno per gli orari andalusi) ed è quasi deserta. Ne approfitto per vagare un po’ e apprezzare i suoi viali colorati, le magnifiche fontane e alcuni suoi monumenti. Anche per la Spagna sono costretto a fare un po’ di conti con i miei pregiudizi. Nella mia testa avevo un po’ considerato gli spagnoli come il popolo più simile a noi. Simpatici, disponibili e alla mano, ma con una certa irrequietezza su regole e senso civico. Per la prima parte ci siamo, ma nel confronto con gli italiani sul resto veniamo sonoramente battuti. Ho trovato moltissimo rispetto per le regole (a cominciare da quelle stradali) e grande senso civico. Le strade, i parchi, le spiagge, insomma tutti i luoghi pubblici sono nettamente più curati e puliti rispetto all’Italia. E, ad esempio, non si trovano affissioni abusive di manifesti. Sembra una sciocchezza, ma dalle nostre parti i primi che attaccano abusivamente i manifesti sono quelli che fanno le leggi e che amministrano i comuni, con la convinzione di essere “legibus solutus” (anzi “soluti”). Non oso immaginare cosa starà succedendo a Roma in questo preciso momento, nel pieno della campagna elettorale per le amministrative.

Superata Malaga proseguo lungo la N340 che a un certo punto si fonde con la A7 (praticamente un’autostrada). Questo la rende meno piacevole per il consistente traffico e, in effetti, il mio navigatore mipropone un’alternativa che ignoro per molti chilometri e quando provo a dargli retta mi pento amaramente, visto che mi porta lungo una salita pazzesca che finisce davanti ad un cancello. Torno mestamente indietro, col cambio che fa saltare in modo preoccupante la catena (complice, temo, la salita di prima). Non provo a sistemarlo e preferisco arrivare a destinazione.

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Riprendo quindi la superstrada e non la mollo fino a Marbella, cercando di indovinare la migliore combinazione tra frequenza di pedalata, corona e pignone per non urtare la suscettibilità del cambio (che comunque continua a farmi saltare una pedalata su tre). Finalmente esco dalla superstrada e mi dirigo verso il centro – molto grazioso e caratteristico – di Marbella, dove trovo il mio albergo. I problemi si affronteranno domani. Oggi mi godo la soddisfazione di aver completato la terza settimana di viaggio.

_MG_7586Chilometri percorsi: 83. Tempo impiegato: 4 ore e 41 minuti.

Ventesima tappa: da Calahonda a Malaga (o quasi)

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Le ultime tappe sono un po’ più leggere. Un po’ perché ho pensato che alla fine la stanchezza si sarebbe fatta sentire, un po’ perché è come mangiare un dolce che ti piace particolarmente: probabilmente all’inizio lo assaporerai con voracità, ma la parte finale cercherai di farla durare un po’, riducendo man mano la quantità che porti alla bocca.

_MG_7569Parto con relativa calma e faccio un po’ fatica a lasciare Calahonda e la sua baia, che ho voluto fotografare nuovamente alle prime luci dell’alba. Mi rimetto sulla fedelissima Ruta National 340 e continuo il mio viaggio verso ovest. Per un po’ il mare mi tiene compagnia alla mia sinistra, poi, superato l’abitato di Torrenueva, la strada piega verso l’interno, in direzione di Motril, il capoluogo di provincia. Durante questo tratto è possibile ammirare in lontananza la maestosa imponenza della Sierra Nevada.

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Dopo circa 20 chilometri la strada torna ad avvicinarsi alla costa. Supero il comune di Salobrena, con il suo centro storico completamente bianco, e, dopo una bella salita, scendo nuovamente verso il mare incontrando il comune di Almunecar, situato in una zona che, per le sue caratteristiche climatiche (temperature medie comprese tra i 18 e 29 gradi), viene definita “Tropico d’Europa”. Il che consente la coltivazione di frutti tipicamente tropicali.

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La strada torna nuovamente verso l’interno e lambisce l’ennesima area protetta, Acantilados de Maro-Cerro Gordo, che si estende per circa 1800 ettari e serve a tutelare un importante ecosistema marino. La strada rimane abbastanza all’interno fino al comune di Nerja, centro turistico abbastanza noto della “Costa del Sol”, dove si trovano – tra l’altro – delle importanti grotte, Cuevas, al cui interno sembra ci sia la stalattite più grande d’Europa, alta ben 63 metri.

_MG_7572 Il tratto di strada successivo si snoda lungo la costa e attraversa località balneari turistiche quasi senza soluzione di continuità. Ormai sono alle porte di Malaga, il cui abitato è già visibile, e mi fermo ancora una volta in prossimità del mare. Anche stasera mi lascio sedurre dalla sua rassicurante bellezza e rimango per un po’ in silenzio a guardare i riflessi della luna sulle onde lievemente increspate. Il limite si sta avvicinando. Nec plus ultra. Anche questo lo trovo rassicurante.

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Chilometri percorsi: 84. Tempo sui pedali: 4 ore e 52 minuti.

Diciannovesima tappa: da Almeria a Calahonda

Devo fare un passo indietro e tornare alla tappa di ieri. Sono ad Aguilas e mancano ancora 500 chilometri alla meta finale. Decido di fare un’ultima tappa lunga, in modo da poter gestire con più tranquillità gli ultimi giorni. Scelgo Almeria come destinazione finale e sono (anzi sarebbero) 125 chilometri. E’ (anzi dovrebbe essere) la seconda tappa per lunghezza (diventerà la prima). Mi metto in movimento abbastanza presto e le prime due ore tutto va secondo i programmi. Riesco a tenere un buon ritmo e il caldo è intenso ma sopportabile. Il tragitto si snoda lungo la costa, salvo qualche passaggio nell’entroterra per aggirare tratti di costa rocciosi e a strapiombo sul mare. Queste deviazioni significano evidentemente delle salite, ma le successive discese verso il mare sono di una bellezza mozzafiato e maledico l’inopportuna saturazione della scheda di memoria della videocamera.

Questa parte dell’Andalusia è straordinaria. Da un lato si osserva un paesaggio completamente brullo e arido (a non molti chilometri c’è il deserto di Tabernas, che ha fatto da sfondo a diversi film western di Sergio Leone) e dall’altro un mare meraviglioso. A differenza che in altri posti non c’è un’aggressione edilizia estrema (ma se si è costruito parecchio anche qui) e c’è la sensazione che si stia cercando un impatto più equilibrato. Superata la località turistica di Carboneras la strada torna nettamente verso l’interno e si addentra in una zona che se non è il deserto è un suo parente stretto.

Riprendo l’ormai familiare N340 e proseguo, anche se adesso il caldo, il vento e la salita stanno diventando opprimenti. Sono a circa 60 chilometri, meno della metà della tappa. Sarà dura, ma se non arrivano intoppi ce la dovrei fare senza troppi problemi.

L’intoppo, invece, puntualmente arriva. Nel bel mezzo della salita mi ritrovo con il navigatore che mi indica una stradina laterale (sterrata, neanche a dirlo) e la rassicurante N340 che prosegue dritta. Penso che un motivo ci sarà se il percorso devia così platealmente e, con una certa circospezione, inizio la sterrata. Dopo poche centinaia di metri la strada si divide e io prendo quella che mi sembra più decente (l’altra è stata bocciata all’esame per mulattiera), ma il perfido navigatore mi segnala che sono fuori percorso… Qui, pur in modo concitato, prendono forma alcune riflessioni. Mi chiedo, ad esempio, come sia possibile che una persona normale, con una temperatura esterna più elevata di quella corporea, se ne stia in mezzo ad una specie di deserto, senza acqua, a macinare pedalate senza sapere nemmeno esattamente dove stia andando, anziché essere comodamente adagiato su un’amaca a sorbirsi un daiquiri sulla spiaggia. Preso atto che l’errore ormai è stato fatto mi chiedo se sia il caso di proseguire lungo quella pietraia – che magari potrebbe, nel giro di qualche centinaio di metri, diventare una comoda strada pavimentata con un parquet in radica di noce e con graziose signorine che ti offrono bibite fresche, ma che potrebbe anche essere proseguire per svariati chilometri per poi finire nel nulla più assoluto – o se non sia più ragionevole riprendere la cara N340 e rimanere comunque vicino a forme note di civiltà. Opto per questa ipotesi. Torno indietro e continuando a sudare liquidi che ignoravo ancora di avere in corpo continuo la salita sull’asfalto. Al termine della salita c’è un distributore di benzina, un nonluogo, l’ultimo posto dove avrei pensato di fare una pausa, ma in questo momento il mio organismo non ha voglia di preoccuparsi troppo del lato estetico e anche il burbero benzinaio andaluso che mi consegna la bevande non assomiglia minimamente alle signorine che mi stanno aspettando inutilmente sulla strada in radica di noce.

Dopo essermi reidratato riprendo a pedalare e capisco – finalmente – la ragione di quella deviazione: la N340 si immette direttamente nella A7, un’autovia, vietata alle biciclette.

Tralascio i dettagli dei giri che faccio (e dei coloriti commenti che esprimo) per cercare di trovare una strada che mi porti ad Almeria, anche perché da un certo momento in poi ho smesso di registrare informazioni e mi sono affidato soprattutto all’intuito e ad esilaranti richieste di indicazioni ad indigeni (tipo “noio volevam savuar”).

Con un supplemento di 20 chilometri rispetto alle previsioni iniziali, arrivo finalmente ad Almeria, da dove comincia sul serio la tappa di oggi.

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Incurante della fatica di ieri, programmo una tappa da cento chilometri. Mi guardo bene la cartina e stavolta non. dovrebbero esserci sorprese. Nel dubbio parto prima possibile. Ho intenzione di fare l’ottanta per cento del percorso entro l’ora di pranzo.

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Mi affido ancora una volta alla N340, che si incrocia in più di una circostanza con la A7, ma trovo sempre con facilità delle buone alternative. In effetti buona parte della tappa pedalo lungo la costa e con pochissimo traffico. La strada non è adatta a spostamenti lunghi e veloci e in questa zona non c’è tantissimo turismo. Ci sono soprattutto molte serre, anche in prossimità della costa.

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Nonostante l’andamento altimetrico un po’ nervoso, riesco a mantenere un passo discreto e il proposito di terminare la tappa abbastanza presto.Incontro anche due cicloturisti, con cui scambio due chiacchiere. Entrambi percorrono la mia stessa strada in direzione opposta, un tedesco e un olandese.

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Dopo l’ultima salita per superare uno sperone di roccia, la strada scende percorrendo una curva ad ampio raggio che circonda la mia destinazione finale, Calahonda, un grazioso agglomerato di case, protetto dalla roccia e che affaccia sul mare.

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Lo trovo molto suggestivo e sono ben lieto che il caso mi abbia portato qui e soprattutto che il balconcino della mia camera d’albergo si affacci esattamente su questo splendido panorama.  Ed è guardando i riflessi della luna (piena) sul mare che finisco di scrivere queste righe.

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Chilometri percorsi: 98. Tempo impiegato: 5 ore e 29 minuti.

Diciottesima tappa: da Aguilas ad Almeria

 

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La tappa di oggi, già abbastanza impegnativa sulla carta, si è rivelata quasi proibitiva (almeno per me). Per il momento salto la parte descrittiva del diario di viaggio e lascio qualche foto. Posso solo aggiungere che, nonostante la fatica, l’Andalusia è davvero bella.

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Distanza percorsa: 143 chilometri. Tempo impiegato 7 ore e 50.

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