Il ritorno di Ulisse

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Maurizio ha organizzato un’iniziativa per darmi l’opportunità di raccontare il mio viaggio alle Colonne d’Ercole. Ne è nata una piacevole e allegra serata, decisamente in linea con lo spirito della mia piccola avventura. Prima della narrazione vera e propria mi è sembrato giusto partire proprio dal prologo. Per chi non c’era, eccolo qui:

“Quanto tempo?”

“Un mese”

“Un mese? Un mese intero?”

“Sì, esatto, proprio un mese”

Esco dalla stanza un po’ spaesato. Mi ritrovo in tasca un bene preziosissimo, il tempo, il mio tempo. Me ne ritrovo decisamente tanto (“un mese”, continuo a ripetermi incredulo). Tipo come vincere alla lotteria. Esci dalla ricevitoria e ti ritrovi con un bel po’ di soldi, con la differenza che i soldi puoi anche non spenderli e metterli da parte, il tempo no. Puoi solo decidere “come” spenderlo. Ma, appunto, come? mica è facile. Potrei semplicemente non andare al lavoro e trascorrere un placido mese da pensionato. Il caffè al bar, il giornale, una passeggiata, quattro chiacchiere. Certo, potrei dedicarmi alle tante mansioni domestiche che mi vedono così tristemente inadeguato. Lampadine fulminate da mesi, quadri in attesa di essere appesi, guarnizioni dei rubinetti da sostituire. Ho un arretrato biblico di “cose da uomini” da fare. Mi sa che i miei convincimenti sulla parità di genere nascano biecamente proprio dalla mia inidoneità a svolgere il ruolo tradizionale di maschio: trapano, martello, birra, partite in tv. Senza divagare, ho la netta sensazione che quel mese potrei spenderlo meglio e così inizio a frugare alla sua ricerca. Devo aprire un bel po’ di cassetti, ma alla fine lo trovo, è lui, il mio “sogno nel cassetto” (che a chiamarlo, che so, il “sogno nel cassetto in alto a destra” ci si metterebbe meno a trovarlo, ma forse era meno poetico). Il sogno è quello di un viaggio, un viaggio vero in bici. Uno di quei viaggi che abbiano un senso non solo geografico, ma anche interiore. Un viaggio che abbia anche un significato e, se possibile, più di uno.

Intanto bisogna scegliere il dove, il traguardo, l’obiettivo. Non è stato difficile, ho scelto il limite. Ho scelto di arrivare là dove non si può andare oltre (nec plus ultra). Quel limite in un lontano passato era stato posto allo stretto di Gibilterra, dove la mitologia sembrava aver collocato le Colonne d’Ercole. Quel limite fisico sarà anche la metafora di un percorso che, se non avessi sufficiente senso del ridicolo, definirei spirituale; quando, in fondo, si tratterà di pensieri che confusamente si affacceranno ad un cervello in debito di ossigeno mentre attraverserò i territori di sei stati diversi. Sarà un viaggio solitario, ma non sarà un viaggio in solitudine. A parte un filo diretto con chi avrà voglia di rimanere in contatto con me, mi terranno compagnia le associazioni e le realtà di cui condivido spirito e finalità. Metterò il loro logo nella mia maglia e in un blog che ho creato per l’occasione e nel quale cercherò di parlare del loro impegno e delle loro battaglie…

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Ma dove vai, bellezza in bicicletta?

donnainbici“Ma guarda ‘sta deficiente!”. Roma, 7 giugno 2016, ore 18 e 50, via Cernaia, il traffico è reso più caotico del solito da una pioggia piuttosto intensa. In effetti l’avevo già notata, la “deficiente”: era appena ripartita dopo l’incrocio e la guardavo un po’ preoccupato perché i motorini la superavano a destra e a sinistra rischiando di farle perdere l’equilibrio. Arrivata in prossimità della fermata dell’autobus commette l’imperdonabile errore per il quale l’autista dell’autobus dove mi trovo io pensa bene di riempirla di insulti. L’autobus che ci precede è fermo e lei all’inizio si sposta a sinistra con l’intenzione di superarlo ma, nel momento in cui si rende conto che l’autobus sta ripartendo e non farebbe in tempo a sorpassarlo, decide di attendere per poi rimettersi a destra. L’energumeno che guida il mio autobus non gliela perdona e, insieme agli insulti, compie una manovra tanto pericolosa quanto inutile, infilandosi in velocità tra lei e il marciapiede in uno spazio di appena pochi centimetri più largo per poi frenare bruscamente alla fermata e aprire le porte.

Nei pochi chilometri di tragitto da largo Chigi a qui avevamo incontrato, nell’ordine, diverse automobili che percorrevano allegramente la corsia preferenziale, un’automobile privata che aveva pensato bene di parcheggiare (con le quattro frecce lampeggianti, però) alla fermata di via del Tritone per far scendere una signora esattamente di fronte al negozio scelto per lo shopping, un non meglio quantificato numero di automobili, furgoni, scooter parcheggiati in doppia e tripla fila su via Barberini, per oltrepassare i quali sono stati necessari dieci minuti di attesa, un autobus turistico fermo, sempre in doppia fila, in via Vittorio Emanuele Orlando per caricare un gruppo di visitatori della città eterna e relativi bagagli (e noi sempre lì in rassegnata attesa). Fino a quel momento il Charles Bronson dell’ATAC non aveva dato alcun segno di disappunto per il consistente numero di violazioni del codice della strada che, oggettivamente, avevano contribuito ad aumentare il tempo di percorrenza della vettura n. 7698 della linea 492. Solo alla vista della ciclista si è materializzata in lui l’incontenibile esigenza del rigoroso rispetto della sua personale interpretazione delle norme che regolano la circolazione stradale. Un’interpretazione in base alla quale, suppongo, che essere donna e alla guida di una bicicletta siano due colpe di estrema gravità. In effetti neanche io saprei dire cosa sia peggio.