Le dodici fatiche di Tullio, novello Ercole, da Imperia a Gibilterra

Dal mio amico Andrea Cortese ricevo questa bella riflessione sul mio viaggio, che pubblico molto volentieri.

 

Cosa dire della sgroppata di Tullio fino alle Colonne d’Ercole in bici, da solo, macinando in un mese quasi 3000 km dalla natìa Liguria all’Oceano Atlantico?

La prima cosa che ho provato nel leggere le sue peripezie è stata l’emozione della sfida con sé stessi, la determinazione lucida e per niente avventata di misurarsi con i propri limiti, fisici e psicologici che in questo caso, per la scelta dell’obiettivo da raggiungere, coincidono anche con i limiti geografici e, a lungo, anche culturali dei popoli del Mediterraneo: le “Colonne d’Ercole”, il nome con il quale è stato per secoli chiamato lo Stretto di Gibilterra che separa l’Europa dall’Africa ma anche il mar Mediterraneo dall’Oceano, sono state infatti il confine oltre il quale c’era l’ignoto, il mare aperto con le sue insidie ma anche con il suo fascino.

Tullio ha pianificato il viaggio con la minuziosa e seria preparazione ben nota a tutti coloro che lo conoscono, ha affrontato strade ignote e nazioni europee mai visitate ma perlustrate con i suoi non sempre fedeli supporti tecnologici, ha pedalato in salita, in discesa, sotto il sole, sotto la pioggia, contro vento e alla fine è arrivato alla riva dell’Europa, si è levato i vestiti e si è buttato a mare. Ha vinto la sua sfida e sono certo ne trarrà ispirazione per tutte le altre piccole e grandi sfide quotidiane che affronterà con il consueto coraggio e tenacia ma anche con l’affetto e l’incoraggiamento di tutti coloro che gli vogliono bene. Il suo racconto è pieno dell’emozione della scoperta di luoghi e costumi nuovi, diversi dalle nostre abitudini italiche, è la cronaca di persone incontrate, di grandi città e piccoli paesi attraversati in sella alla sua bici, con la catena che salta e il portapacchi che cigola ma tiene, e porta Tullio e le sue masserizie sempre più avanti, una metafora della vita che scorre tra le nostre gambe, a volte in salita a volte in discesa.

Ecco che cosa mi trasmette la grande avventura di Tullio, l’incoraggiamento a proseguire, sempre e comunque, nel lungo cammino che abbiamo davanti, incerto, sicuramente, ma ricco di zone protette, di immagini belle in grado di cancellare la fatica, colorato di verde, di bruno, di azzurro come le praterie, le montagne e il mare che l’impavido ciclista ha solcato senza sosta ma non senza senso.

Eccola allora la lezione di Tullio che viene fuori tappa dopo tappa: il senso della vita sta nell’impegnarsi per scoprire la bellezza e le emozioni che non possono essere raggiunte senza fatica, senza sudore, senza imprevisti. Ci vuole coraggio per affrontare una lunga strada con poche cose materiali come bagaglio, con un mezzo semplice come una bicicletta che procede solo con la forza delle gambe, portando nella mente e nel cuore tanti ideali, che vi assicuro sono davvero di gran peso anche se non gravano sulla bicicletta.

Insomma il viaggio di Tullio è un incoraggiamento a viaggiare anche noi, dentro e fuori, avendo fiducia nelle nostre forze, contando sulle relazioni umane e lasciando la mente libera di nutrirsi di ciò che vede, alimentandoci di riflessioni che spesso, nella vita frenetica che in tanti conduciamo ogni giorno, non riusciamo più a fare. Come dice alla fine spronandoci a “farcelo il bagno nell’Oceano”, non smettiamo di sognare e ogni tanto alziamoci dal letto e realizziamoli i sogni, sarà il modo migliore per farne ancora.

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