Pandemia. Dalla sottovalutazione (di tutti) alla presa di coscienza (di quasi tutti)

Partiamo da un presupposto: non è vero che una situazione difficile ci renda persone migliori. Forse nemmeno peggiori, ma migliori mi sentirei di escluderlo. I furbi continueranno a fare i furbi. Così come gli egoisti e i menefreghisti. Per fortuna vale anche per le persone generose e solidali. La singolarità della situazione, casomai, esalterà le nostre caratteristiche, sia in positivo sia in negativo. E così, con la stessa funzione grafica della diffusione del virus, andranno l’ipocrisia, l’incapacità di valutare fatti, notizie e situazioni, la partigianeria.

Eppure il quadro, nella sua evidente drammaticità, non è difficilissimo da capire. Il protagonista è lui, un virus, un organismo vivente, che ha capacità di diffondersi mai viste prima e che gli esperti stanno studiando negli ultimi mesi per capire meglio come affrontarlo. La prima cosa che al momento è inutile fare – perlomeno è inutile che lo faccia io o un ragioniere di Tramezzate di Sopra – è cercare di individuare le origini del virus. Girano tesi molto suggestive su armi chimiche, mutazioni genetiche, marziani che si sono ammalati durante l’ultimo viaggio nella galassia, ma la cosa migliore da fare è attendere le valutazioni della comunità scientifica. Che potrà anche essere sottomessa ai poteri forti, ma in questo momento non mi viene in mente qualcun altro a cui chiedere informazioni, anche perché il mago Otelma è sempre occupato. Quindi, al di là di come, dove e perché sia nato il virus, abbiamo un problema da affrontare e gestire. E converrà farlo nel migliore dei modi.

Il virus è ormai diffuso in tutto il mondo – l’11 marzo l’OMS ha ufficialmente dichiarato la pandemia, ossia la diffusione di un’epidemia a livello globale – e quindi il problema andrà affrontato, oltre che dai singoli stati, ognuno in base alle sue valutazioni, capacità e competenze, anche a livello di comunità internazionale.

Da quando si è iniziato a capire che il problema è molto grave, non tutti i decisori politici l’hanno affrontato allo stesso modo. In generale si è spesso assistito ad un’iniziale (e forse comprensibile) sottovalutazione del problema, per poi avviare modalità di contenimento via via più rigorose. E su questo si possono ipotizzare diverse ragioni. Intanto raramente – soprattutto nelle organizzazioni democratiche – c’è un decisore unico. E, in ogni caso, qualunque processo decisionale passa, necessariamente, per una previa valutazione tecnica. E con “tecnica” intendo un esame di tutti i parametri in gioco, che sono molteplici. Servono le competenze di virologi, epidemiologi, medici. Bisogna capire quale sia la tenuta del servizio sanitario. Bisogna fare i conti con gli aspetti economici e sociali. Bisogna prendere in considerazione, di ogni singola misura, costi e benefici e poi mettere tutto a sistema per capire quale possa essere la strategia più efficace per mitigare il danno (in questo gioco non si vince, bisogna perdere il meno possibile). Per capire cosa (e chi, purtroppo) si potrà o si dovrà sacrificare. L’unico dato certo infatti è che questa vicenda avrà un costo enorme e l’unico obiettivo possibile è cercare di contenerlo.

Le misure sono adottate a vari livelli: nazionale, regionale, comunale. Ognuno secondo le proprie competenze. Volendo, si potrebbe ragionare sulla (vera o presunta) irregolarità di alcune decisioni assunte, ma siamo in uno Stato di diritto, che prevede la possibilità di ricorrere – se del caso – in sede giurisdizionale per contestare gli atti, quindi tralascerei questo, pur importante, aspetto.

L’obiettivo del decisore politico è quello di ridurre il più possibile il rischio di contagio. Le misure che si possono prendere sono di due tipi: l’adozione di dispositivi di protezione individuale e l’eliminazione delle situazioni di rischio (contatto fisico, compresenza in luogo chiuso, ecc.). La prima ha costi e difficoltà attuative che la rendono realizzabile solo in determinati contesti (ovviamente in primo luogo le strutture sanitarie) e la seconda deve fare i conti con altre problematiche (in primis l’impatto sull’economia). Non c’è un protocollo da adottare, men che meno la ricetta magica, ed è facile che si navighi a vista, commettendo anche qualche errore, soprattutto perché gli effetti delle misure adottate dipendono da quanto verranno rispettate e inoltre i risultati si vedono dopo un paio di settimane. A questo punto non resta che: 1) affidarsi al decisore, prescindendo dalla nostra appartenenza politica, per una semplice ragione: è l’unico che abbia seriamente a disposizione gli elementi conoscitivi necessari; 2) rispettare le regole che ci vengono date; 3) praticare il buonsenso e valutare le cose con il giusto equilibrio.

Forse uno dei problemi dei provvedimenti adottati dalle istituzioni è stato quello di essere in alcuni casi piuttosto vaghi (ma sarebbe stato difficile non esserlo) e di affidarsi un po’ troppo ad un principio di ragionevolezza, con la consapevolezza che quella ragionevolezza l’avrebbe dovuta applicare un popolo, quello italiano, così allergico alle regole e normalmente attento soprattutto alle esigenze del proprio ombelico.

La novità, rispetto ad un’abituale tolleranza delle furbizie altrui, è che in questa circostanza siamo diventati tutti molto più severi nei confronti di chi (a nostro insindacabile giudizio) non rispetterebbe le “regole”. Così, un popolo – finora molto distratto rispetto a chi evade le tasse, parcheggia in doppia fila, costruisce case abusive, si inventa false invalidità, ecc. – ha scoperto un’improvvisa vocazione da sceriffo e pretende di giudicare la legittimità (e la pericolosità sanitaria) dei comportamenti di tutti gli altri.

In questa vera e propria “caccia all’untore” sta venendo meno la ratio dei provvedimenti, ossia quella di ridurre (o addirittura eliminare) le occasioni di contagio, tenendo conto dell’importanza dell’attività che ci porta ad uscire da casa. Purtroppo, non essendo possibile circoscrivere individualmente le azioni ammesse, è stato necessario dare un’indicazione, che andrebbe accompagnata da una conseguente attuazione consapevole. Ora io sono convinto che alcune attività, prima ammesse e che ora man mano si stanno vietando, non siano di per sé rischiose, ma che dipenda sempre da come si svolgono. Una passeggiata nel parco non è certo motivo di pericolo, purché la si faccia a distanza di sicurezza e non si approfitti per andare a fare una chiacchierata con gli amici sulle panchine. Se poi al parco di 1000 metri quadri ci ritroviamo decine di famiglie con bambini, probabilmente quel requisito di sicurezza sanitaria verrà meno ed è giustificabile la chiusura del parco da parte del Sindaco (che, per inciso, è anche l’autorità sanitaria territoriale).

Sul divieto di alcune attività si parlato molto, tenendo conto anche di potenziali conseguenze che indirettamente causerebbero un problema. E’ sostanzialmente corretto impedire che vengano praticate attività che aumentino le probabilità di un infortunio. Andare a fare arrampicata sportiva sarebbe indubbiamente un azzardo in questo momento, perché con il sistema sanitario allo stremo anche una semplice (evitabile) frattura è un problema. E questo si è detto anche per i runner (a volte basta poggiare male un piede). Ma è chiaro che bisogna affidarsi al buonsenso di tutti. Perché anche in macchina o in moto ci si può fare male (e in questi giorni la gente tende ad andare piuttosto allegramente, viste le strade libere), ma persino in casa, dove si registrano mediamente 3 milioni di incidenti domestici ogni anno, non siamo necessariamente al sicuro e anche mettersi a fare lavori di bricolage potrebbe rappresentare un pericolo. Pensiamo che si possa fare un DPCM per regolamentare le attività domestiche ammesse?

In generale bisognerà anche tenere conto che un regime di regole irragionevolmente limitanti potrebbe avere effetti sulla salute psichica delle persone, incidendo anche sulla tenuta del sistema immunitario degli individui. Che poi è la ragione per cui – forse giustamente – tra le ragioni ammesse per uscire c’è l’acquisto di prodotti da fumo (tra l’altro sembra che i fumatori siano più vulnerabili al virus). Con il buffo paradosso che si proibisce (o si limita drasticamente) qualcosa che fa bene al corpo e allo spirito, ma si permette qualcosa che fa male (e per legge lo scriviamo sui pacchetti di sigarette). E la cosa divertente è l’odio virale in rete proprio nei confronti di una categoria (ormai si odia per categorie), senza che si abbia alcun dato che permetta di correlare l’attività motoria alla propagazione del virus.

Ricordo, per pignoleria, che il primo decreto legge ad hoc adottato dal Governo sul coronavirus risale al 23 febbraio u.s. Le premesse del provvedimento affermavano chiaramente la preoccupazione per la situazione epidemiologica, il carattere particolarmente diffusivo dell’epidemia e l’incremento dei casi e dei decessi notificati all’Organizzazione mondiale della sanità e indicavano “la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19, adottando misure di contrasto e contenimento alla diffusione del predetto virus”. Quattro giorni dopo un leader della maggioranza era a Milano per un aperitivo per dare segnali di ripresa e di rilancio e il leader dell’opposizione, con un video su Facebook, sminuiva la gravità della situazione ed invitava ad “aprire tutto” (cinema, stadi, discoteche) per non danneggiare l’economia. Il 7 marzo, la Regione Friuli Venezia Giulia (guidata da un esponente dello stesso partito) si inventava l’iniziativa “Scia Gratis” con l’obiettivo di ottenere l’esatto contrario di quanto stava iniziando a disporre il Governo. Pochi giorni dopo si sono prese misure ancora più drastiche a livello nazionale, ma non è dato sapere quanto abbiano inciso alcune leggerezze, tanto più gravi quanto più recenti.

Tralascio volutamente un diffuso sciacallaggio politico – che rimbalza sui social grazie al supporto delle diverse tifoserie – su una vicenda che dovrebbe davvero trovare una classe dirigente attenta e collaborativa, consapevole della necessità di perseguire l’obiettivo comune di superare questo difficile momento. Mi limito soltanto a dire a quelli che condividono ciecamente post del “ma dove sono le ONG, dov’è Gino Strada”  che basterebbe fare una verifica su Google per scoprire che Emergency e Medici Senza Frontiere stanno facendo per il coronavirus quello che fanno sempre: salvano vite umane, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, proprio come recita la nostra Costituzione. Termino quindi con due ultime brevissime riflessioni.

La prima è sul nostro rapporto schizofrenico con lo Stato. Vilipeso, insultato, bistrattato, derubato. Perché non solo siamo molto clementi con chi evade le tasse, sottraendo risorse anche al servizio sanitario nazionale, ma lo siamo anche con chi, proprio perché evade le tasse, ha anche la sfacciataggine di avvalersi dei benefici riservati ai meno abbienti e quindi non pagano ticket e visite mediche. Prima del coronavirus leggevo con sgomento dei sempre più diffusi episodi di aggressione al personale sanitario (l’ultimo a Napoli con danni per decine di migliaia di euro), mentre adesso improvvisamente si scopre quanto sia importante una sanità pubblica efficiente? Ce ne ricorderemo quando sarà tutto finito? E i “finti poveri” avranno almeno la decenza di pagare il ticket?

La seconda è su quella che fino a poche settimane fa era considerata l’intangibilità del nostro modello di vita e di sviluppo. Quando si è capito che la priorità era la salute, sono venuti meno gran parte dei valori considerati inalienabili. Abbiamo fermato molte attività non vitali. Abbiamo capito che si può lavorare da casa, quando fino all’altro ieri molti dei sostenitori del telelavoro e dello smart working l’hanno osteggiato di fatto, ci siamo resi conto dell’enormità dell’impatto antropico sull’ambiente (e che pesa sulla nostra salute, rendendoci anche più fragili di fronte a ad agenti patogeni “nuovi”). Siamo in grado di capire che forse non dobbiamo ambire a tornare ad essere esattamente “come” prima, ma un po’ meglio di prima? Perché prima, comunque, contavamo migliaia di morti per incidenti stradali, migliaia di morti ed invalidi per incidenti sul lavoro, decine di migliaia di morti e ammalati per l’inquinamento. Questa volta – sul piatto delle decisioni – abbiamo giustamente anteposto la nostra salute all’economia. Possiamo provare, non dico a mettere in primo piano la salute, il benessere, la qualità della vita, ma magari a tenerne conto? Ecco, stiamo pagando un prezzo altissimo per questa triste vicenda, almeno potremmo provare a trarne un insegnamento importante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...